Enzo Jannacci, un genio incompreso

Un intenso ritratto del cantautore milanese Enzo Jannacci

Cinque anni fa moriva una delle figure più importanti della cultura italiana dello scorso secolo

“Mario, forse l’unica cosa di buono che hai fatto 

è non avere voluto figli 

così non hai fregato il mondo 

tra vent’anni chissà in quanti saremo 

in quanti rideremo 

ma ci pensi sul treno tutti impazziti 

a chiederci dove andremo”

 

di Alessandro Ceccarelli

Cinque anni fa moriva Enzo Jannacci, una delle figure di spicco dello spettacolo e della cultura italiana degli ultimi sessant’anni. Il vuoto enorme che ha lasciato è incolmabile. Il suo sguardo intenso e stralunato, la sua voce potente e fragile, la sua ironia pungente e graffiante e soprattutto la sua melanconia struggente penetrava a fondo nelle coscienze. Negli ultimi anni della sua vita, la malattia aveva ancora più accentuato il suo aspetto tragico di uomo sofferente. L’ultima apparizione televisiva da Fabio Fazio fu molto commovente, una sorta di commiato con il palcoscenico e con la vita. Pochi come lui hanno avuto la sua poliedricità nello spettacolo: attore teatrale, cinematografico, televisivo; musicista, compositore e stimato cardiochirurgo. Un artista irripetibile che ha “creato” la moderna comicità milanese. E’ stato il simbolo, il modello e il punto di riferimento per tutti i cabarettisti e attori comici italiani degli ultimi cinquant’anni.
Enzo Jannacci nasce a Milano il 3 giugno del 1935. Il ramo paterno della famiglia è di origine pugliese: il nonno, Vincenzo, di origine Macedone era emigrato in Puglia dove conobbe la nonna di Jannacci, originaria di Bisceglie, la coppia emigrò poi a Milano poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Il ramo materno è lombardo; il padre, che aveva due fratelli e una sorella (Vincenzo, Giacomo, e Angioletta da cui nacquero Pierangela, Domenico, Alfredo e Bruno) era un ufficiale dell’aeronautica e lavorava all’aeroporto Forlanini (Milano Linate), partecipò alla Resistenza e in particolare alla difesa della sede dell’Aviazione milanese di piazza Novelli, un’impresa che ispirerà poi canzoni come Sei minuti all’alba.

La formazione
Enzo Jannacci ha una formazione molto rigorosa, in apparente contrasto con il suo modo di comunicare e con la sua originalissima ironia. Dopo avere terminato nel 1954 gli studi liceali presso il Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”, si diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio di Milano. Successivamente nel 1967 si laurea in medicina all’Università di Milano. Per ottenere la specializzazione in chirurgia generale si trasferisce in Sudafrica, entrando nell’equipe del celeberrimo Christiaan Barnard. Continuava ad esercitare la professione di medico nonostante si fosse già diplomato al Conservatorio tempo prima. Per l’Italia degli anni Sessanta sembrava assurdo essere un medico è un artista “stralunato” allo stesso tempo.

La carriera musicale
L’ingresso di Enzo Jannacci nel mondo dello spettacolo avviene a metà degli anni Cinquanta. Dopo il diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra ed otto anni di pianoforte presso il Conservatorio di Milano con il maestro Gian Luigi Centemeri, inizia – all’età di vent’anni – a frequentare gli ambienti del cabaret, mettendo subito in mostra le proprie doti di intrattenitore e presentatore. Nel frattempo, si avvicina al jazz e comincia a suonare in alcuni locali milanesi, ma contemporaneamente scopre anche il rock and roll, genere nuovo che stava ottenendo grande successo in America con artisti del calibro di Chuck Berry, Bill Haley ed Elvis Presley. Nel 1956 diventa tastierista dei “Rocky Mountains”, alla cui voce c’è Tony Dallara, che si esibiscono ripetutamente alla Taverna Mexico, all’Aretusa ed al club Santa Tecla, ottenendo grande successo; tuttavia, alla fine di quell’anno, Jannacci lascia il gruppo e, grazie all’amico Pino Sacchetti, conosce Adriano Celentano, che gli propone di entrare come tastierista nel suo complesso, i Rock Boys, con cui si esibisce nei locali sopracitati ed in particolare al Santa Tecla. Il 17 maggio 1957 la band suona al primo “Festival italiano di rock and roll”, che si tiene nel Palazzo del Ghiaccio e che costituisce una svolta all’interno del panorama musicale nostrano; il gruppo suona la canzone “Ciao ti dirò”, che si rivela un successo e permette a Celentano di acquisire vasta fama ma, soprattutto, gli fa ottenere un contratto con la casa discografica Music. Alla fine del 1958 Jannacci, (pur continuando a suonare con i Rock Boys), forma un duo con Gaber, noto con il nome di “I Due Corsari”, che debutta nel 1959 con alcuni 45 giri incisi per la Dischi Ricordi; la fortunata esperienza prosegue anche nell’anno successivo con altri due 45 giri intitolati Come “facette mammeta” (un classico della canzone umoristica napoletana) e “Non occupatemi il telefono”, usciti in abbinamento alla rivista “Il musichiere”.
In quel periodo l’ambiente musicale milanese si infervora grazie a cantanti rock come Clem Sacco, Guidone, Ricky Gianco ed Adriano Celentano (partecipa come pianista ad alcune sue incisioni per la Jolly), tuttavia, questo cambiamento nella musica popolare italiana si registra anche in altri centri come, per esempio, Genova dove s’impongono i cantautori Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Gino Paoli, vicini alla Dischi Ricordi: con questi ultimi Jannacci collabora in vari progetti. Come jazzista suona con musicisti dello spessore di Stan Getz, Gerry Mulligan, Chet Baker e Franco Cerri, con i quali registra numerosi dischi, mentre è da Bud Powell che impara a lavorare sulla tastiera prevalentemente con la mano sinistra. Dopo i primi 45 giri incisi con Gaber, debutta come solista con canzoni quali “L’ombrello di mio fratell”o e “Il cane con i capell”i: sono brani nei quali il cantautore milanese fa già intuire uno stretto rapporto tra la musica e la comicità surreale, un legame che caratterizzerà gran parte della sua produzione artistica. A questo filone, quasi precursore del demenziale (che lui stesso definisce “schizo”, abbreviazione di schizoide), si affiancano subito brani più romantici ed introspettivi, come “Passaggio a livello,” delicata canzone d’amore che Luigi Tenco reincide valorizzando Jannacci anche come autore e pubblicata dalla Tavola Rotonda insieme a “Il giramondo” nel 1961.
Intanto, continua la fortunata esperienza dei Due Corsari; tutti i 45 giri pubblicati nel biennio 1959-1960, tra cui le celebri Birra, Fetta di limone e Tintarella di luna vengono raccolti una decina di anni dopo nell’album Giorgio Gaber e Enzo Jannacci, pubblicato dalla Family, una sottoetichetta della Ricordi. Nel frattempo i Rock Boys si sono sciolti, e dalle loro ceneri (con alcuni cambi di formazione) sono nati I Ribelli: Jannacci continua a suonare con loro, e partecipa ai primi due 45 giri del gruppo (Enrico VIII e Alle nove al bar, entrambi del 1961); abbandona poi il complesso per dedicarsi soprattutto alla sua carriera solista. Nel febbraio 1961 Giorgio Gaber partecipa al Festival di Sanremo con una canzone scritta da Jannacci, Benzina e cerini, che non ha però grande fortuna, essendo esclusa dalla finale. Successivamente scrive Un nano speciale e L’artista, nelle quali Enzo racconta di individui poveri, patetici ed emarginati, una tematica che gli sarà molto cara e che affronterà ripetutamente nell’arco di tutta la sua carriera di cantautore. Il 1º dicembre la Ricordi pubblica il 45 giri di Enzo Il cane con i capelli / Gheru gheru, distribuito – in una bizzarra quanto antesignana operazione di marketing – abbinato a un grande cane di peluche con tanto di capelli. All’inizio del 1962, il regista teatrale Filippo Crivelli lo scrittura per lo spettacolo Milanin Milanon, in cui recita insieme a Tino Carraro e Milly e per il quale compone una delle sue prime canzoni in dialetto milanese, Andava a Rogoredo. Poco dopo, con l’aiuto dell’animatore Bruno Bozzetto, firma un simpatico sketch per la televisione, Pildo e Poldo, che apparirà nella trasmissione Carosello fino al 1964. Il 1966 è l’anno di Sei minuti all’alba, in cui nella title-track è affrontato il tema della Resistenza, argomento tra i più cari al musicista milanese per i trascorsi del padre nei corpi partigiani durante la Seconda guerra mondiale; la canzone, dedicata al genitore ed a tutti coloro che condivisero questa difficile esperienza, parla proprio del breve tempo che separa il partigiano, catturato dai nemici, dalla sua fucilazione, che avverrà proprio al sorgere del sole. Soldato Nencini racconta invece delle difficoltà di integrazione di un soldato, proveniente dall’Italia meridionale, in una caserma del Nord e precisamente di Alessandria, dove ai problemi di ambientamento con i commilitoni si aggiunge anche la lettera dell’amata Mariù, che gli annuncia la volontà di separarsi, complice l’incapacità di sopportare la terribile lontananza dall’innamorato; nell’album vi è poi Faceva il palo, divertente brano in dialetto milanese scritto con Walter Valdi. Enzo Jannacci torna alla ribalta due anni dopo con un nuovo album, realizzato con la solita collaborazione di Fo e insieme a Fiorenzo Fiorentini: Vengo anch’io. No, tu no, trainato dall’omonimo singolo, diventa in breve tempo campione di vendite e balza in cima alle classifiche italiane, ed il brano giunge addirittura al primo posto dell’hit parade di Lelio Luttazzi. Il cantautore riscuote improvvisamente un grande seguito, che gli vale la partecipazione a diversi show televisivi, come Quelli della domenica, iniziato il 4 febbraio, in compagnia di alcuni amici collegati all’ambiente del Derby (Cochi e Renato, Bruno Lauzi, Lino Toffolo e Felice Andreasi in primis). Nel 1968 partecipa alla dodicesima edizione di Canzonissima, dove arriva in finale. Vorrebbe presentare Ho visto un re nello scontro diretto contro Gianni Morandi, ma la Raisi oppone; ripiega quindi su Gli zingari, brano struggente e delicato, molto diverso dalla leggerezza e dal tono goliardico dei suoi successi più recenti, ed infatti non ottiene l’apprezzamento del pubblico. La commissione incaricata dai dirigenti Rai di approvare le proposte dagli artisti in gara, aveva dunque respinto la scelta iniziale definendola eccessivamente intrisa di significato politico e di tono polemico. Questa delusione, che va al di là della mancata vittoria alla manifestazione, è così cocente da indurre Jannacci a trasferirsi per quattro anni (a periodi alterni), prima in Sudafrica e poi negli Stati Uniti, allo scopo di riprendere gli studi di medicina, in particolare di chirurgia e cardiologia, che aveva abbandonato temporaneamente dopo la laurea e l’inizio della carriera nel mondo dello spettacolo. Nello stato africano collabora con il cardiologo Christiaan Barnard, grazie al quale approfondisce notevolmente le sue conoscenze in ambito medico.

Teatro
Jannacci da sempre amava ed era attratto dal teatro. Esibirsi su un palco per lui è stato sempre “facile”. Fa i suoi primi spettacoli nei teatrini di cabaret nel 1955, facendosi apprezzare per il talento comico. Nel 1962 il regista Filippo Crivelli lo scrittura per lo spettacolo Milanin Milanon, che va in scena al Teatro Gerolamo, con Tino Carraro e Milly: comincia così la sua carriera parallela di attore di teatro e poi anche di cinema. Al Derby di Milano era stato notato anche da Dario Fo, che nel 1964 realizza con lui lo storico recital 22 canzoni, che riscuote un grande successo: il Teatro Odeon di Milano registra quasi un mese di tutto esaurito.
Una rarità assoluta come attore teatrale Jannacci la interpretò con Franca Valeri e Francesca Siciliani nel 1970, nell’atto unico “La cosiddetta fidanzata”. Venne trasmesso in TV il 20 novembre del 1970 e fa parte di un ciclo di atti unici della Valeri intitolato “Le donne balorde”. È stato riproposto in TV nel 1976 e fu commissionato dalla Rai nel 1975 da Raffaele La Capria che ne era allora funzionario. Il testo di “La cosiddetta fidanzata” è presente nel libro “Tragedie da ridere” di Franca Valeri, pubblicato da “La Tartaruga” nel 2003.
Interpreta poi numerosi altri lavori come Il poeta e il contadino (1973), Saltimbanchi si muore (1979), La tappezzeria, scritta a quattro mani con Beppe Viola, con cui scrive anche L’incomputer edito dalla Bompiani in una collana diretta da Umberto Eco (1974). Nel 1985 ha portato in teatro il recital Niente domande; nell’86 lo spettacolo teatrale “Parlare con i limoni”; nel 1988-89 un altro recital, Tempo di pace… pazienza!.
Nel 1991, al teatro Carcano di Milano e al teatro Goldoni di Venezia, interpreta (in modo molto personale) in compagnia di Giorgio Gaber, Felice Andreasi e Paolo Rossi un classico del teatro dell’assurdo, Aspettando Godot di Samuel Beckett.
Nel 1998 presenta in teatro lo spettacolo È stato tutto inutile (dove ripropone canzoni come Pesciolin e Brutta gente, da tempo assenti nelle esecuzioni dal vivo). Nel 2003, in apertura dei concerti della tournée tratta dal disco “L’uomo a metà”, fa un lungo e affettuoso monologo sull’amico Giorgio Gaber.

Il cinema
Dopo essersi “fatto le ossa” a teatro, gli interessi di Jannacci convergono anche verso la settima arte. Esordisce nel cinema nel 1964 con il film “La vita agra” di Carlo Lizzani: canta L’ombrello di mio fratello in un locale dove entra il protagonista, interpretato da Ugo Tognazzi. Al cinema è poi protagonista di un episodio (Il frigorifero) diretto da Monicelli per il film Le coppie (1970), e de L’udienza di Marco Ferreri (1971). Ha inoltre interpretato i film Il mondo nuovo di Ettore Scola (1982), Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada di Lina Wertmüller, accanto a Ugo Tognazzi (1983) e Figurine di Giovanni Robbiano (1997). Nel 2010 è tra gli interpreti de “La bellezza del somaro”, per la regia di Sergio Castellitto, film nel quale interpreta il ruolo dell’anziano fidanzato della figlia adolescente dei protagonisti.
Ha composto anche numerose colonne sonore, come quelle di “Romanzo popolare” di Monicelli (1974, di cui insieme a Beppe Viola ha anche tradotto in un felicissimo slang milanese i dialoghi di Age e Scarpelli e al quale ha regalato una delle più poetiche e intense canzoni da lui scritte, Vincenzina e la fabbrica); “Pasqualino Settebellezze” (1975), di Lina Wertmüller, per il quale ebbe la nomination per l’Oscar;” Sturmtruppen” (1976); “Gran bollito” di Mauro Bolognini (1977); “Saxofone” di e con Renato Pozzetto (1979) e “Piccoli equivoci” di Ricky Tognazzi (1989).

La morte
Enzo Jannacci si spegne il 29 marzo del 2013 alla clinica Columbus della sua amata Milano. Aveva 77 anni. Negli ultimi anni la malattia aveva drasticamente ridotto le sue uscite e apparizioni pubbliche. Il figlio Paolo, anche lui pianista e compositore porta avanti l’immensa eredità artistica umana con spettacoli teatrali e musicali incentrati sulla lezione di Enzo Jannacci.

 

Enzo Jannacci con il figlio Paolo